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Quali emozioni mettiamo in gioco per crescere insieme?

Il gioco è l’essenza stessa dell’infanzia l’età in cui si “impara la vita”; è un ponte fondamentale tra fantasia e realtà; uno strumento fondamentale di conoscenza di sé, del proprio corpo, degli oggetti e dell’ambiente circostante

e dovrebbe essere un’attività del tutto libera, autonoma, priva di ogni finalità, se non il piacere stesso di giocare.

Ogni attività ludica si presenta come “un qualcosa da inventare, da organizzare, da svolgere e anche da terminare”, per tale ragione essa sviluppa e rafforza le capacità cognitive supportando la nascita del pensiero creativo che gli psicologi definiscono “divergente”. Se gli oggetti che il bambino ha a disposizione sono semplici, duttili e versatili nel loro utilizzo saranno sicuramente di maggior aiuto in quanto, come sostiene il pedagogista Rudolf Steiner, è l’immaginazione del fanciullo come fantasia creatrice che deve compiere la trasformazione e aiutare a entrare in un ruolo: un semplice pezzo di stoffa può divenire una bambolina oppure il velo di una principessa o ancora il mantello di un coraggioso cavaliere!

È nel gioco libero e goduto che si ritrovano le basi della creatività, della possibilità di usare gli elementi della realtà per esprimere le proprie emozioni e desideri.

L’abilità dell’adulto sta proprio nel comprendere quali siano gli strumenti migliori per sostenere e stimolare i bambini durante un’attività così delicata, senza dimenticare che essa costituisce anche un momento prezioso mediante cui educare ai grandi valori della vita, come il coraggio, la bontà, la lealtà, la pazienza, l’audacia, la perseveranza e la compassione.

Il gioco ha quindi un forte risvolto sociale, insegna il rispetto delle regole e degli altri, tinge di forti emozioni e sentimenti i rapporti con gli amici o con gli adulti più cari, mantenendo la sua natura di spazio dedicato all’avvenire, in quanto proprio facendo finta di essere qualcuno che non si è, forse si anticipa a se stessi quel che si potrà diventare un giorno.

“Il gioco è come un caleidoscopio” sostiene Marc Bekoff biologo evolutivo dell’Università del Colorado, nel senso che è creativo e casuale. Per questo favorisce flessibilità e creatività che in futuro potrebbero rivelarsi particolarmente importanti per risolvere situazioni impreviste e problematiche con il conseguente sviluppo dell’adattamento all’ambiente.

Dato che l’esperienza del gioco è fondamentalmente creativa, non possono definirsi tali tutti quei giochi “preconfezionati” in cui non c’è spazio per l’apporto personale del bambino.

I videogiochi, come i giochi con favole registrate, DVD o simili, non permettono al bambino di attivare le proprie risorse creative, perché il processo su cui si basano è già compiuto in sé. Il bambino non può dare nessun apporto creativo, ma può solo seguire il percorso già predeterminato dall’attività, con il rischio che venga “risucchiato dentro”, come incantato, anestetizzato, senza avere però nessuna possibilità di “personalizzare” il gioco affinché possa rispondere alle sue esigenze emotive.

Non sottovalutiamo i rischi legati all’eccessivo o scorretto utilizzo da parte dei nostri bambini, che rischiano di estraniarsi dalla realtà, di avere una preoccupante mancanza di empatia per i propri coetanei e in seno alla famiglia, fino ad arrivare a non sapere più interagire in modo equilibrato, esercitando un eccessivo senso di potere e controllo con le persone e l’ambiente che li circonda… dal punto di vista fisico si evidenziano problemi come sedentarietà, sovrappeso, tachicardie e tic legati all’eccessiva stimolazione che ricevono durante l’utilizzo dei videogiochi e notevoli disturbi della vista fin dalla precoce età.

Per non parlare dei contenuti violenti di alcuni videogiochi, che possono avere un forte impatto sul comportamento dei bambini. In effetti, uno studio dell’Università del Missouri, in cui alcuni bambini sono stati invitati a giocare con dei videogiochi per 25 minuti, ha evidenziato come i videogiochi violenti desensibilizzano il cervello alle immagini “crude” e inducono comportamenti aggressivi. Soprattutto nel periodo della preadolescenza (8-11 anni), l’esposizione ripetuta alla violenza presente in questi strumenti esercita un’influenza significativa, perché va a rinforzare ed incrementare quei sentimenti, quelle cognizioni e quei livelli di attivazione correlati all’aggressività che il giovane già vive di per sé. Al giorno d’oggi i videogiochi sono molto utilizzati come “sedativi” o “baby sitter” virtuali (i ristoranti sono pieni di bambini che al tavolo ingaggiano battaglie solitarie per passare ai livelli successivi, mentre gli adulti si godono la cena!), ma questo rischia di intaccare la relazione, rischia di creare bambini “spenti” (o che faticano a tollerare lo star seduti a tavola o la noia) e adulti che faticano sempre più a stare con i propri figli, a conoscerli profondamente.

Fino al giungere della scuola primaria sarebbe utile non permettere questo tipo di giochi, ma stimolare il bambino a “creare” il suo gioco (di solito i giocattoli migliori sono quelli che ci si costruisce da soli, usando materiale povero), a sentire cosa ha voglia di fare e, perché no, anche ad annoiarsi!

Quando gli unici giochi a cui desiderano giocare i nostri bambini sono proprio i videogiochi, c’è il rischio che il confine tra uso di questi strumenti e abuso diventi troppo sottile e il bambino diventi alla fine dipendente. Infatti, durante il gioco con i videogames c’è un incremento della produzione di dopamina, neurotrasmettitore che, oltre ad essere coinvolto nell’apprendimento e nel consolidamento mnemonico delle nuove informazioni, è correlato anche con il potenziamento del comportamento aggressivo, legato al piacere ed alla ricerca di nuove ed intense emozioni. Questo fattore, insieme ad un utilizzo massiccio di videogiochi e alla continua ricerca di nuove emozioni, sembra essere collegato con il Tech Abuse, comportamento patologico caratterizzato dall’utilizzo eccessivo delle nuove tecnologie e dalla difficoltà, o incapacità, a relazionarsi al di fuori del mondo virtuale.

In effetti, nei bambini che giocano con i videogames tutti i giorni assiduamente, si verifica un sovraccarico di informazioni che li rende incapaci di ritenere, gestire, elaborare ed interpretare la mole di dati cui si trovano esposti. Ciò si riscontra soprattutto con quei videogiochi e simulazioni virtuali che presentano una perfezione grafica tale da ridurre notevolmente la distanza tra realtà e finzione: il contatto precoce, intenso e prolungato rende, in questi casi, difficile al bambino l’individuazione del confine tra uomo e macchina, animato ed inanimato, fantasia e realtà.

E’ necessario che noi genitori supervisioniamo il tempo trascorso giocando dei nostri figli per non trasformare l’uso dei videogiochi in una pratica quotidiana e stabile, ma piuttosto ad un’attività fatta con eccezione e comunque mai come unica fonte di gioco, ma come una delle tante usate durante l’attività ludica dei propri figli.

 

Giocare giocare giocare...

È vero che siamo in un’era tecnologica, ma è anche vero che C’È UN’ETÀ GIUSTA PER TUTTO. I bambini di oggi sono capaci di usare il pc, accendere il dvd, usare il cellulare, ma questo non significa essere più intelligenti o attrezzati per la vita.

Queste sono prestazioni, che sono diverse dalle competenze che si sviluppano con il tempo e mettendo in gioco sé stessi e la propria fantasia.

In questo TEMPO DI FRETTA e di corsa alla prestazione è fondamentale che noi genitori, gli educatori e tutti coloro che si adoperano per il benessere del bambino, si assumano la fatica (e l’orgoglio) di ANDARE CONTROCORRENTE.

Non è un caso che nell’era della comunicazione IL DISAGIO AUMENTA sempre di più, perché è sempre più assente la capacità di comunicare, di entrare in relazione con se stessi e con gli altri in modo autentico. Il rischio è che la realtà virtuale sostituisca quella reale (soprattutto in adolescenza) e FAVORISCA L’ISOLAMENTO.

Verso i 7-8 anni si può iniziare a concedere questo tipo di gioco, sempre alternandoli ad altre attività ludiche, LIMITANDONE IL TEMPO A MEZZ’ORA AL GIORNO e scegliendo molto accuratamente il tipo di videogioco che si offre ai propri figli. Stessa cosa vale per la TV. Utilizzare i videogiochi per sfide con amici o fratelli può essere UN BUON MODO per rendere il gioco uno strumento di socializzazione piuttosto che di isolamento, soprattutto se i fratelli hanno fasce di età differenti, questo può diventare un MOMENTO D’INCONTRO che non deve comunque restare l’unico ed essere sempre alternato ai giochi tradizionali.

La bussola per noi genitori può essere tenere conto nella quotidianità dello stesso tempo dedicato ad attività ludiche così come a playstation, telefonini e TV, in un rapporto di uno a uno.

LA PREVENZIONE RIMANE L’UNICA ARMA che abbiamo a disposizione, e qui un ruolo evidente ce l’abbiamo noi genitori che dobbiamo sempre interessarci ai contenuti dei videogiochi acquistati, evitando sfide violente o eccessivamente competitive.

Uno strumento che può essere d’aiuto in questo senso è la raccomandazione PEGI (Pan-European Game Information o Informazione Paneuropea sui Giochi) che informa sull’età a partire dalla quale un videogioco può essere utilizzato e che troppo spesso è sottovalutata proprio da noi genitori che non siamo nati nell’era digitale…

a cura della Redazione
in collaborazione con i propri esperti dell’infanzia

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