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La resilienza si impara giocando

Continua il nostro confronto con Maria Rita Parsi, una delle psicoterapeute più apprezzate ed empatiche di Italia. Lo sguardo di questo numero è sul valore del "gioco" e del ruolo che esso assume nella crescita sana ed equilibrata dei nostri figli.

La psicoterapeuta, che collabora con noi da diversi anni, reputa la nostra rivista e il progetto di genitorialità che lo sottende «un buon punto di riferimento per le famiglie perché, come ricorda un proverbio africano, per educare un bambino ci vuole un intero villaggio».

«Chi da bambino non ha giocato – sottolinea Parsi – dovrà recuperare la sua parte ludica in età adulta per riuscire ad acquisire meglio quella capacità di superare gli urti della vita che si chiama resilienza».

Qual è il ruolo del gioco nel processo di apprendimento?
«Giocare, già da piccolissimi, per i bambini significa entrare in contatto con il proprio corpo e, innanzitutto, con il corpo della madre. Creare un legame con i propri genitori, e poi con fratelli o sorelle: una complicità che poi saprà diventare libertà. Man mano che si acquisisce autonomia, inizia il divertimento dello spostamento degli oggetti: prenderli, tirarli, farli cadere. Una continua scoperta fra ripetizione dei movimenti, acquisizione dello spazio, curiosità e fascinazione per i colori. Inizia così la libertà di sperimentazione che contribuisce da subito alla costruzione dell'identità individuale. Il gioco aiuta anche a rendersi conto dei propri limiti, in una sorta di processo di auto-educazione alla convivenza con gli altri».

Anche l'azione del distruggere è un gioco molto amato dai bambini. Che significato ha?
«Spesso è un vero momento liberatorio, una modalità per ammortizzare e rielaborare la rabbia che altrimenti rischia di restare inespressa una volta che si diventa adulti».

Come il gioco influisce sulla capacità di comunicare con gli altri?
«Il gioco è una delle prime chiavi di comunicazione fra genitori e figli. È fondamentale per imparare a introiettare le regole e per iniziare a capire la relazione con i propri simili e il rispetto dei propri e degli spazi altrui. È, inoltre, un veicolo di grande gioia, la gioia di vivere tanto che chi non ha giocato da piccolo avrà difficoltà non indifferenti di relazione una volta cresciuto. Non aver avuto il riferimento di un adulto che ha giocato con noi può trasformarsi anche nella incapacità di trovare un equilibrio o di leggere la realtà. Giocare stimola la creatività e alimenta l'immaginazione oltre che la capacità di trovare soluzioni, stimolando la cosiddetta resilienza, il sapersi adattare anche agli eventi più negativi o traumatici».

E lo sport?
«Lo sport deve restare il più possibile un gioco, uno spazio in cui imparare regole condivise da uno stesso gruppo: la squadra. È, inoltre, uno dei primi momenti in cui si impara la disciplina. Lo sport, se vissuto con serenità, è il luogo per eccellenza della socializzazione e non dovrebbe mai trasformarsi, e questo si dovrebbe dirlo spesso ai genitori, in un incubo per primeggiare o trionfare».

È possibile imparare a giocare da adulti?
«Certo. Non a caso, molte attività terapeutiche si fondano sul gioco, sul disegno, sulla danza che diventano occasioni per riprendere contatto con la materia e, dunque, con la nostra parte ludica. Noi siamo fatti di mente, corpo e immaginario. Se li usiamo, riacquistiamo la necessaria resilienza per sopravvivere».

di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Genitori

 

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