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Torniamo ai giochi semplici di una volta

Paolo Crepet, uno degli psicologi e sociologi più apprezzati di Italia collabora da anni con la nostra rivista perché la ritiene «un interessante progetto di sostegno alla genitorialità e un ottimo modo per stare al fianco delle famiglie, ragionando e senza intromettersi nelle loro scelte». Questa volta il focus è sul gioco e sulla importanza che esso riveste nella comunicazione con gli altri e nel processo di apprendimento.

Crepet invita gli adulti a rispolverare i giochi di una volta, quelli con cui trascorrevano i pomeriggi della loro infanzia . «Ritrovare la semplicità dei giochi del passato, quelli svolti all'aria aperta – sottolinea – forse non è futuribile di questi tempi iper tecnologici, ma è sicuramente auspicabile».

Qual è il ruolo del gioco nel processo di apprendimento di un bambino?
«Il gioco è affettività, relazione, combinazione e completamento delle personalità. Non è una esagerazione affermare che con il gioco si può imparare tutto quel che serve durante la crescita e per la vita di adulti. Giocando, si interiorizzazano le regole, i confini fra noi e gli altri. Il gioco non richiede particolare preparazione: è una attività semplice da esperire singolarmente o collettivamente, in qualunque luogo e in qualsiasi momento».

Come il gioco influisce sulla capacità di comunicare con gli altri?
«Il gioco è la prima modalità di comunicazione fra genitori e figli. È anche uno dei processi più efficaci per veicolare l'esempio. Il gioco è una cosa seria: necessità impegno, passione e capacità di saper gestire la propria libertà».

Siamo in un'epoca iperconnessa. Videogiochi, tablet, smartphone... Con tutte queste possibilità e occasioni di svago, la fantasia dei bambini di oggi è a rischio?
«Come sempre, serve buon senso. I videogiochi non sono il male assoluto, così come non lo sono Internet e i social. Ma la possibilità di utilizzarli correttamente esiste: dare un limite, evitare un'esposizione prolungata e la possibile dipendenza che ne deriva. Non devono essere l'unico passatempo, non devono sostituirsi alle attività all'aria aperta, alle relazioni con gli altri, allo sport o alla lettura di un buon libro. Non sono baby sitter. Si può fare tutto, con moderazione. Ecco perché è fondamentale la presenza e, laddove necessaria, la mediazione di un adulto. Possibilmente un adulto che non sia troppo dipendente dal suo smartphone».

Quanto è  importante per un bambino giocare con i propri genitori? E, soprattutto, è possibile imparare, o re-imparare, a giocare da adulti?
«È fondamentale per un bambino giocare con gli adulti di riferimento. Instaurare un rapporto di complicità. È necessario, però, che il genitore si approcci al figlio o alla figlia con disponibilità d'animo e di tempo. Una buona idea potrebbe essere quella di tornare bambini, riproponendo ai propri figli i giochi che si facevano durante l'infanzia. Quei giochi semplici, fatti di scoperta e manualità. Il saper giocare anche con niente. Non esistono metodi antichi o passati di moda, esiste solo la voglia di trascorrere un po' di tempo, inventando i propri codici e linguaggi, divertendosi insieme. Giocare è semplice e chiunque può farlo».

Ha usato più volte la parola «semplicità». È forse questo che è andato perso, il gusto per le cose semplici?
«Io credo sia necessario ritrovare la semplicità dei giochi del passato, quelli svolti all'aria aperta, nel cortile sotto casa. Sporcandosi le mani, creando qualcosa che c'è solo nella nostra testa. Forse non è un'idea molto futuribile di questi tempi iper tecnologici, ma è sicuramente auspicabile».

di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Rivista Genitori

 

 

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